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Tecnologia: perché alcune nuvole riflettono di più

Ci sono alcuni quesiti, all’apparenza semplici, cui è in grado di rispondere solo la scienza. Una di queste domande riguarda…

Ci sono alcuni quesiti, all’apparenza semplici, cui è in grado di rispondere solo la scienza. Una di queste domande riguarda il motivo per cui alcune nubi “riflettono di più” di altre. Un team di ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Bologna ha di recente confermato, dal punto di vista sperimentale, un’ipotesi formulata due decenni fa, che riveste un’importante rilevanza climatologica. E I risultati sono stati pubblicati sull’autorevole rivista Nature.

La spiegazione

“Che le nubi si formino da piccole particelle di particolato atmosferico è già noto da parecchi anni, ma per la prima volta abbiamo scoperto che i composti tensioattivi organici di origine marina formano molto più efficacemente le goccioline di nube aumentando così l’effetto raffreddante delle nubi marine”- dice Maria Cristina Facchini, dirigente di ricerca dell’Isac-Cnr e coordinatrice del team italiano che ha collaborato allo studio insieme con altre Università e Centri di Ricerca europei, statunitensi e canadesi-. Si tratta di particelle nanometriche ricche di composti organici, che danno luogo a nubi le quali contengono un numero molto più alto di goccioline, anche fino a dieci volte, e risultano per questo essere più riflettenti e meno suscettibili di formare precipitazioni. La combinazione di questi due fattori esercita un effetto di raffreddamento del clima che, alla luce di questi nuovi risultati, potrà essere meglio quantificato”.

La scoperta investe quindi la riflettività (“albedo”) e la capacità di produrre precipitazioni delle nubi. Studi teorici e di laboratorio avevano suggerito il ruolo potenzialmente importante nel processo di formazione delle nubi dei tensioattivi organici contenuti nel particolato atmosferico. “Tale effetto era in particolare stato ipotizzato più di un decennio fa in un lavoro da me condotto (Facchini et al., Nature 1999), ma non era mai stato osservato in ambiente reale e tanto meno simulato dai modelli”- precisa Maria Cristina Facchini- Ecco perché parliamo di uno studio che costituisce una reale svolta nella comprensione dei processi di formazione delle nubi dal punto di vista sia sperimentale che teorico”. Ora la sfida sta nel determinare l’importanza del processo osservato alla grande scala, mediante un ulteriore affinamento dei modelli climatici globali.

Per dirla con parole più semplici

Le nubi sono elementi fondamentali del bilancio radioattivo del nostro pianeta- ossia del rapporto tra la radiazione solare che arriva sulla Terra e quella che viene riflessa di nuovo verso lo spazio-; la limitata capacità dei modelli attualmente elaborati e utilizzati dagli studiosi di riprodurre i processi di formazione ed evoluzione delle nubi, pertanto, rappresentava un fattore di incertezza essenziale nell’analisi e nella predizione dei cambiamenti climatici, ma ora questo studio ha scoperto come i tensioattivi organici aumentino la capacità delle nubi marine di riflettere la radiazione solare, con effetti su precipitazioni e clima. E tutti sappiamo come, specie in questi ultimi anni, temperatura, pioggia e siccità siano sempre più argomenti all’ordine del giorno, dibattuti dai media ma anche dal cosiddetto uomo della strada.