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Amici mai: genitori e figli, il valore della differenza

Prendo a prestito il titolo di una vecchissima canzone di Antonello Venditti per sintetizzare il pericolo di una tendenza\illusione che…

Prendo a prestito il titolo di una vecchissima canzone di Antonello Venditti per sintetizzare il pericolo di una tendenza\illusione che caratterizza attualmente il modo di intendere il loro ruolo da parte di molti genitori.

Parlo di tendenza perché, e questo è un elemento banale nella sua incidenza, sempre più la relazione genitoriale enfatizza la sua funzione affettiva, rinunciando ad esercitare quella normativa; persegue il consenso e la complicità, piuttosto che una crescita derivante dalla fatica della consapevolezza, dalla gestione e dal superamento dei conflitti.

Un amico più che un genitore

Siamo sempre più spesso di fronte a genitori che hanno come loro obiettivo, o come loro cruccio quando non ci riescono, l’accontentare i figli. Dove il “far contento”, peraltro legittimo ed auspicabile in molte situazioni,  che è limitato al “qui ed ora”, sembra diventare l’unico elemento di orientamento e di discriminazione per una funzione genitoriale  sempre più evanescente. Tutto in un clima generale che alimenta l’illusione della possibilità di sfumare se non annullare le differenze di ruolo e di età.
Un rapporto amicale è fondamentalmente caratterizzato da una condizione paritaria: si è sullo stesso piano ed allo stesso livello. Ipoteticamente non ci sono differenze e questo (sempre ipoteticamente) potrebbe garantire l’assenza di conflitti.

La relazione genitore\figlio invece si basa sin dalla sua origine sulla differenza:  tra un “grande” e un “piccolo”, tra chi ha conoscenze e competenze, si assume responsabilità, agisce in base all’esame della realtà presente e futura, e chi invece ha bisogno di essere aiutato ad orientarsi, ad apprendere, ad acquisire gli strumenti, di essere contenuto ed accompagnato a contattare una realtà a volte difficile.

Dietro il desiderio e a volte l’orgogliosa affermazione di “essere come due amici” si nascondono molti elementi: la paura di assumere una funzione normativa, l’insicurezza del proprio ruolo adulto, il desiderio di cancellare ogni conflitto e l’incapacità di governarlo ma anche il “vuoto” di tutte quelle funzioni genitoriali di cui un figlio necessita e di cui in qualche modo viene privato.
“Essere come due amici” quindi non è un’opportunità in più ma in meno, sottrae al “piccolo” la possibilità di formarsi, di scontrarsi e di cercarsi da solo i suoi amici!

Laureata in Filosofia e Psicologia. Psicoterapeuta, analista di formazione junghiana, membro IAAP (International Association for Analytical Psychology). Ha maturato una lunga esperienza lavorativa sia nelle strutture pubbliche che privatamente sulle problematiche relative agli aspetti della Genitorialità, della Sterilità, della Procreazione Medicalmente Assistita, delle Adozioni, del Disagio individuale adulto ed infantile. Autrice di numerosi articoli ha pubblicato diversi lavori sui temi legati alla famiglia. Vive e lavora a Napoli